Paolo Borsellino e il dossier "mafia e appalti"

Dall’indagine emerse per la prima volta l’esistenza di un “comitato d’affari”, gestito da mafia, alcuni esponenti della politica e una parte dell’imprenditoria

Paolo Borsellino e il dossier "mafia e appalti"
Paolo Borsellino e il dossier "mafia e appalti"

PAOLO BORSELLINO E IL DOSSIER “MAFIA E APPALTI”.

Partiamo dal primo dato certo. Paolo Borsellino si interessò - non in maniera ufficiale giacché non aveva ancora ottenuto la delega - dell’indagine contenuta nel dossier “mafia-appalti” (Fonte: Resoconto Audizioni presso il Consiglio Superiore della Magistratura rese dai magistrati della Procura della Repubblica di Palermo il 28 e il 31 luglio 1992).

Dall’indagine emerse per la prima volta l’esistenza di un “comitato d’affari”, gestito da mafia, alcuni esponenti della politica e una parte dell’imprenditoria, di rilievo nazionale, finalizzato alla spartizione degli appalti pubblici in Sicilia. Il 20 febbraio 1991, i Carabinieri del ROS depositarono presso la Procura della Repubblica di Palermo l’informativa denominata “mafia-appalti”, relativa alla prima parte delle indagini di polizia, su esplicita richiesta di Giovanni Falcone, che all’epoca era in procinto di andare a ricoprire il ruolo di Direttore Generale degli Affari Penali del Ministero di Grazia e Giustizia.

Fu proprio Falcone a confermare che quell’indagine fosse molto importante e che non avesse soltanto valenza “regionale” ma anche un rilievo “nazionale” (Fonte: Alto Commissariato per il Coordinamento della Lotta contro la Delinquenza Mafiosa . “Le infiltrazioni della criminalità organizzata negli appalti pubblici: Atti del convegno-seminario, Palermo, 14-15 marzo 1991. Castello Utveggio, sede del Centro di Ricerche e Studi Direzionali della Regione, Edizioni Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma 1992, p. 208.).

Paolo Borsellino era convinto che la causa della morte di Falcone, ma altresì dell’ex democristiano Salvo Lima, fosse riconducibile anche alla questione degli appalti in odore di mafia in Sicilia e al giro miliardario che ruotava intorno. Confermò le sue convinzioni al giornalista Luca Rossi durante un’intervista pubblicata il 2 luglio del 1992 sul Corriere della Sera. Il nome di Salvo Lima lo aveva già evocato anche Antonio Di Pietro durante la sua testimonianza resa al processo d’appello sulla trattativa Stato-mafia. L’ex magistrato molisano illustrò come ebbe la conferma del collegamento “mafia-affari”.

Testualmente dagli atti del processo: “Col riscontro della destinazione della tangente ENI-Mont da Raul Gardini (capo della Calcestruzzi spa), una provvista da 150 miliardi, una gallina dalle uova d’oro, dovevamo trovare i destinatari e l’ultimo che ebbi modo di riscontrare fu proprio Salvo Lima”. Borsellino era riuscito a trovare un pentito che non solo gli aveva confermato la questione dell’importanza degli appalti in Sicilia, ma che fornì un riscontro su quello che effettivamente già era ben spiegato nel dossier dei ROS: il coinvolgimento delle imprese del Nord, in particolare della Calcestruzzi Spa di Raul Gardini. Quel dossier con ogni probabilità avrebbe portato a scoprire il cd. “terzo livello” e i legami tra politica, imprenditoria e mafia con molto anticipo rispetto a quando sono emersi con evidenze giudiziarie (cfr. Dell’Utri, Cuffaro, Montante).

Ciò che non quadra è che su un’indagine così importante nessuno abbia voluto accendere i riflettori e fare luce fino in fondo. Sappiamo che l’indagine fu archiviata e il dossier “mafia-appalti” si dissolse presto anche nella memoria dei pochi italiani che ne conoscevano l’esistenza. In quell’inchiesta c’erano tutte le principali aziende italiane che avevano rapporti, diretti o indiretti, con la mafia. L’indagine era “destabilizzante” e “sconvolgente” perché affrontava per la prima volta il fenomeno mafioso da una concezione diversa fino ad allora soltanto ipotizzata.

La “mafia imprenditrice” teorizzata da Arlacchi sarebbe diventata realtà, con aziende vere, con nomi e cognomi e con riscontri investigativi che con l’arguzia e l’esperienza di Borsellino sarebbero diventati prove da portare in un eventuale processo. Un secondo “Maxiprocesso” - che Di Pietro nella sua testimonianza chiama “Mafia Pulita” - dove forse alla sbarra non ci sarebbero stati solo mafiosi ma anche politici e imprenditori di primo livello. Il 13 luglio 1992 arrivò la richiesta di archiviazione del fascicolo. Il giorno dopo, si tenne una riunione fra tutti i pubblici ministeri della Procura della Repubblica di Palermo. Giovanni Falcone era stato assassinato circa due mesi prima, e Borsellino come neo procuratore aggiunto affrontò il tema del fascicolo “mafia-appalti”, rimproverando alcuni suoi colleghi di averlo sottovalutato, senza evidentemente sapere che era stata già avanzata la richiesta di archiviazione.

La mattina del 19 luglio, alle sette, Borsellino ricevette una telefonata dal procuratore capo Giammanco. Lo avvisava che sarebbe stato delegato alla conduzione dell’indagine riguardante il dossier “mafia-appalti”, una delega che, senza ragione apparente, fino a quel momento gli era stata negata. La circostanza della telefonata è provata da una testimonianza della moglie Agnese nel 1995. Alle ore 16.58 del 19 luglio, una Fiat 126 piena di tritolo fece saltare in aria Paolo Borsellino insieme ai cinque agenti di scorta. Il 22 luglio 1992 la richiesta di archiviazione del fascicolo “mafia-appalti” sarà depositata formalmente. Il 14 agosto sarà accolta la definitiva richiesta di archiviazione da parte del Gip. Lì si fermò quello che avrebbe potuto essere il colpo mortale e magari definitivo ai legami tra mafia, politica e imprenditoria, che oggi, purtroppo, non solo sono stati dimostrati in giudizio, ma sono ben saldi anche a livello transnazionale. Quando fu assassinato il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa a Palermo apparve una scritta: “Qui è morta la speranza dei palermitani onesti.” Con la archiviazione definitiva del dossier “mafia-appalti” probabilmente a quei tempi morì la speranza degli imprenditori e dei politici onesti e si aprì una nuova epoca nella quale le mafie cambiarono pelle diventando mercatistiche ed invisibili.

Vincenzo Musacchio giurista e docente di diritto penale, è associato al Rutgers Institute on Anti-Corruption Studies (RIACS) di Newark (USA). Ricercatore dell'Alta Scuola di Studi Strategici sulla Criminalità Organizzata del Royal United Services Institute di Londra. E’ stato allievo di Giuliano Vassalli e amico e collaboratore di Antonino Caponnetto.